“Non abbiamo allo studio alcun provvedimento, di nessun tipo”.

Cosi’ il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, a chi gli chiedeva di possibili variazioni dell’eta’ pensionabile, in connessione con l’aspettativa di vita, dopo alcune indiscrezioni di stampa, a margine di un convegno della Fnp Cisl.

Tuttavia, stando a quanto previsto da una legge del 2010, nel 2019 potrebbe davvero esserci l’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita (dato che sarà calcolato dall’Istat).

Nonostante le rassicurazioni del ministro Poletti, c’è insomma poco da stare tranquilli: se fra due anni l’Istat verificherà un aumento dell’aspettativa di vita, vedremo con ogni probabilità aumentare anche l’asticella dell’età pensionabile.

La legge 122 del 2010, infatti, prevede che i requisiti anagrafici e contributivi di accesso alla pensione devono essere adeguati agli incrementi della speranza di vita Istat con cadenza biennale, a partire dal prossimo gennaio 2019, portando l’età pensionabile tra i 66 anni e 8 mesi e i 67 anni (l’incremento dipendente dall’incremento dell’aspettativa di vita non ancora prodotta dall’Istat).

“A seguito dell’accertata diminuzione della speranza di vita per il 2015 – dice la Ragioneria – difficilmente l’adeguamento decorrente dal 2019 potrà rispettare quanto previsto dallo scenario demografico Istat centrale con base 2011” (5 mesi e passaggio a 67 anni, ndr), pertanto “si dà una doppia rappresentazione tabellare dei requisiti”.

L’Istat dovrebbe fornire i dati sull’andamento della speranza di vita entro ottobre mentre entro dicembre il Governo deve fare un decreto direttoriale (atto amministrativo) per rendere operativo l’adeguamento. La Ragioneria probabilmente farà pressione per far scattare l’adeguamento nel 2019 ma in realtà l’indicazione dell’Ue è per un passaggio a 67 anni entro il 2021.

E sul livello dell’età di vecchiaia per l’accesso alla pensione siamo comunque “i primi della classe”: la Germania prevede un adeguamento a 67 anni dai nati nel 1963, quindi nel 2030 e la Francia per i nati dal 1955, quindi dal 2022. Nel Regno Unito nel 2020 si raggiungeranno i 66 anni per la pensione di vecchiaia mentre per i 67 anni bisognerà aspettare il 2028.

L’intenzione del Governo al momento sembra quella di lasciar passare la scadenza del 2019 ma questo potrà essere fatto solo una volta conosciuto l’aggiornamento Istat. Tra il 2013 e il 2015 l’incremento della speranza di vita è stato lievissimo e appare improbabile che con il 2016 possa raggiungere i 5 mesi.

Damiano vuole abrogare l’incremento dell’età pensionabile basata sull’aspettativa di vita Istat

“La legge del Governo Berlusconi che ha istituito nel 2010 l’aggancio dell’età pensionabile all’andamento dell’aspettativa di vita, andrebbe abrogata. Di questo passo, nel 2050, per andare in pensione saranno necessari quasi 70 anni. Un’assurdità che contraddice le attuali scelte di anticipo pensionistico, a partire dall’Ape Sociale”.

Lo afferma Cesare Damiano (Pd), presidente della Commissione Lavoro alla Camera.

“È ormai chiaro – prosegue – che essere diventati il Paese che manda i lavoratori in pensione addirittura più tardi della Germania, non è un vantaggio per nessuno. A pagare il prezzo di questa scelta sono soprattutto i giovani che non entrano nel mercato del lavoro anche grazie a un invalicabile ‘tappo’ generazionale. La legge prevede che entro la fine dell’anno – spiega Damiano – si emani un Decreto direttoriale: sarebbe opportuno che il Governo non procedesse in questa direzione e che convocasse il tavolo di confronto con i sindacati per affrontare la ‘fase 2’ del verbale sulla previdenza sottoscritto lo scorso settembre. In esso, tra l’altro, si e’ già previsto il blocco dell’aspettativa di vita per chi svolge lavori usuranti: norma che andrebbe estesa ad altre categorie di lavoratori”.

“L’idea che tutti vadano in pensione alla stessa età, a prescindere dalla gravosità del lavoro svolto, è ormai superata. Una applicazione burocratica della norma sarebbe incomprensibile”, conclude.

No innalzamento a 67 anni: penalizza tutti, dice Unimpresa

“Un eventuale nuovo intervento sulla previdenza con l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni a partire dal 2019 penalizza sia i lavoratori sia le aziende” avverte in una nota Maria Concetta Cammarata, vicepresidente di Unimpresa, commentando l’ipotesi di un decreto del governo che innalzerebbe ulteriormente l’età per andare in pensione.

“Per i lavoratori, si allungherebbe ancora di più la vita lavorativa oltre le aspettative a lungo pianificate; per le aziende, si creerebbe ancora una volta un quadro di incertezza, con costi maggiori e con l’impossibilità di procedere al necessario ricambio occupazionale del quale trarrebbe benefici l’intera economia italiana”, sottolinea.

“La certezza del diritto, soprattutto in campo fiscale e nel settore della previdenza, è un valore imprescindibile per chi fa impresa. – precisa – Le continue riforme, così come i provvedimenti scritti male e in fretta, non gettano le basi per poter fare investimenti. E invece, negli ultimi anni, si sono susseguiti continui interventi normativi, in alcuni casi una vera e propria tela di Penelope, che hanno confuso le aziende del Paese”. “Anche per queste ragioni – conclude Unimpresa – si scelgono Paesi che hanno quadri legislativi più stabili: la fuga all’estero nasce anche da qui”.

Fonte: affaritalianinewspediavoceinvestireoggicesaredamianomainfatti

Articolo di Pensioninovita che ripubblichiamo per gentile concessione

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