Spuntano tutti gli anni notizie come quelle di cui scriviamo qui sotto. Una volta, tocca al pizzaiolo, una volta al salumiere magnanimo, un’altra volta ancora a qualcun altro e chissà quante manco le sappiamo.

Oggi, è il turno di Modena: “«Una multa ingiusta, assurda e persino ridicola». Davvero molto difficile dare torto a Confesercenti Modena che denuncia – con incredulità e sdegno – la pioggia di sanzioni a commercianti, artigiani e liberi imprenditori della città. La loro imperdonabile colpa? Aver esposto davanti la porta d’ingresso lo zerbino con il nome dell’attività. E quindi, secondo il giudizio degli inflessibili esattori, aver in questo modo ‘eluso’ il pagamento della tassa sulla pubblicità. Comico, se non fosse tragico”.

E giù a lamentarsi, lagnarsi, imprecare e… subire!

Pare infatti che gli operatori sanzionati abbiamo ricevuto le contestazioni «tramite raccomandata, con l’invito a pagare entro 60 giorni per ottenere il dimezzamento della sanzione».

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Crollano i redditi italiani, 20% in 20 anni

C’è la ripresa, c’è la ripresa… e adesso che Renzi ha vinto le sue primarie, si farà il botto in Italia.

Ecco qua la dimostrazione: l’Italia si aggiudica il primato negativo per “impoverimento” dei redditi delle famiglie nel confronto con i maggiori Paesi europei.

La classe media italiana e la fascia a basso reddito, sono state le più colpite con un taglio del 20% nel primo caso e del 23% nel secondo, nell’arco di quasi 20 anni, dal 1991 al 2010. E se parte della colpa è da imputare anche alla Grande Recessione, va detto che nessun Paese ha registrato un crollo così pesante, neanche la Spagna che non va oltre un esiguo -5%.

E’ quanto emerge da uno studio realizzato da PewReserarch Center. In Spagna dal 1991 al 2010 il reddito medio familiare è rimasto stabile su 31.885 dollari (poco più di 29.000 euro), mentre in Italia si sia assistito a un crollo del 20% passando (da 37.000 euro del 1991, circa 71 milioni di vecchie lire, ai poco più di 29.000 euro del 2010). Ed entrando più nel dettaglio, si scopre che in Italia il “reddito medio della classe media” è piombato dai circa 41.000 euro del 1991 a meno di 33.000 euro del 2010.

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Giorgio Armani ne licenzia 110

La scena è sempre quella, sindacati che scioperano e sussidi da attivare. I dipendenti della Giorgio Armani Operations di Settimo Torinese hanno scioperato due ore dopo l’annuncio di 110 esuberi, in gran parte donne, su 184 addetti. A proclamare lo sciopero sono stati i sindacati di categoria Filctem Cgil-Femca Cisl-Uiltec Uil.

Il polo torinese di G.A. è specializzato nella realizzazione di capispalla (moda uomo) e da due anni erano stati avviati i contratti di solidarietà per affrontare la diversificazione sempre più accentuata del mercato della moda e, al contempo, tutelare il modello di lavoro multi-periodale, che prevede più lavoro in alcuni periodi in cui la richiesta è alta e meno ore lavorate in periodi di contrazione.

“Sapevamo che la situazione era difficile ma la decisione dell’azienda è inaccettabile”, hanno commentato i sindacati. Assumersi qualche colpa, invece, mai.

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Grave deprivazione per oltre 1 milione di minori

L’11,9% delle famiglie italiane nel 2016 si è trovata nelle condizioni di ”grave deprivazione materiale”. Lo rileva l’Istat nel dossier sul Def, nel corso dell’audizione nellecommissioni Bilancio di Camera e Senato.

I minori che nel 2016 risultano in condizioni di ”grave deprivazione” sono 1.250.000 pari al 12,3% della popolazione con meno di 18 anni. ”Tale quota risulta in lieve diminuzione rispetto agli anni precedenti”, rileva ancora l’Istat.

Afferma il direttore del dipartimento dell’Istat.‘Nonostante il miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie non si è osservata una riduzione dell’indicatore di grave deprivazione materiale. Si tratta della quota di persone che sperimentano sintomi di disagio di vario tipo” che, secondo i dati provvisori del 2016 ”è stabile” rispetto all’anno precedente. Nonostante ”migliora il mercato del lavoro, crescita economica e la disuguaglianza -osserva il direttore- rimane stabile questa quota che percepisce gravi difficoltà”. In particolare nell’ultimo anno questo indice ”peggiora soprattutto per le persone anziane: la percezione degli anziani sta aumentando”.

Nel 2016 la situazione del mercato del lavoro è ”ancora sfavorevole per la fascia di età tra 25-34 anni”. La quota di giovani che ha trovato lavoro nel periodo ”è più bassa rispetto sia a quella registrata nello spesso periodo dell’anno precedente sia a quella di due anni prima”.

Anche se il direttore dell’Istat cerca di essere ottimista, il declino è inarrestabile.

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Pil procapite del 24% inferiore alla Germania

Puntuale come una cambiale l’Istat ha detto la sua: in Italia in 4,5 milioni in povertà assoluta. Il Pil pro capite sotto la media Ue!

PIL PROCAPITE – Il Pil pro capite dell’Italia risulta inferiore del 4,5% rispetto a quello medio dell’Unione europea, piu’ basso di quello riferito a Germania e Francia (rispettivamente del 23,6 e 9,2%) e superiore del 5% al prodotto interno lordo spagnolo pro capite (loro hanno assunto meno statali). E’ quanto evidenzia il rapporto ‘Noi Italia’ diffuso dall’Istat. Nel 2015 il Pil pro capite italiano, valutato ai prezzi di mercato – spiega l’istituto – e’ aumentato dello 0,8% in termini reali rispetto all’anno precedente, ma risulta ancora inferiore a quello del 2012.

OCCUPAZIONE, MEGLIO SOLO DEI GRECI – In Italia risultano occupate oltre 6 persone di 20-64 anni su 10 (61,6%). Guardando all’Europa, nella graduatoria relativa al 2015 solo la Grecia ha un tasso di occupazione inferiore a quello italiano, mentre la Svezia registra il valore piu’ elevato (80,5%). Nel Belpaese resta forte lo squilibrio di genere a sfavore delle donne (71,7% gli uomini occupati, 51,6% le donne), come anche il divario territoriale tra Centro-Nord e Mezzogiorno (nell’ordine 69,4% e 47,0%). Inoltre, spiega il dossier, l’incidenza del lavoro a termine nel 2016 si conferma invariata al 14,0%, piu’ alta nelle regioni meridionali (18,3%) rispetto al Centro-Nord (12,5%). Cresce con minore intensita’ la quota di occupati a tempo parziale (18,8%), con una distribuzione piuttosto uniforme sul territorio nazionale. In Europa questa modalita’ di occupazione e’ diffusa soprattutto nei paesi nord-occidentali (50,7% l’incidenza nei Paesi Bassi nel 2015), mentre lo e’ poco nei paesi dell’Est di piu’ recente adesione all’Unione.

RAPPORTO DEBITO/PIL, ITALIA LA PEGGIORE – L’Italia si conferma tra i Paesi dell’Ue con un elevato rapporto debito/Pil, salito nel 2016 al 132,6% (6 decimi di punto percentuale in piu’ sull’anno precedente). Nel confronto europeo il valore del nostro Paese e’ inferiore solo a quello della Grecia (dati 2015). E’ quanto si legge nel rapporto dell’Istat ‘Noi Italia’, secondo cui nel 2016 in Italia l’indebitamento netto in rapporto al Pil e’ stato pari al -2,4% (-2,7% e -3,0% rispettivamente nel 2015 e nel 2014); il saldo primario (indebitamento netto meno spesa per interessi) e’ in lieve aumento rispetto al 2015, con una incidenza sul Pil dell’1,5%. Nel confronto europeo, sui dati di indebitamento relativi al 2015 l’Italia risulta allineata alla media dell’Ue. Nel 2016 la pressione fiscale in Italia scende al 42,9%, in riduzione di 0,7 punti percentuali dal massimo del biennio 2012-2013. Il nostro Paese – si legge – e’ fra quelli con i valori piu’ elevati, superato tra i maggiori partner solo dalla Francia (dati 2015). La pubblica amministrazione italiana ha speso nel 2015 circa 13,6mila euro per abitante, un valore sostanzialmente in linea con quello medio dell’Ue. Tra le grandi economie dell’Unione, Germania, Regno Unito e Francia presentano livelli piu’ elevati, mentre la Spagna spende meno dell’Italia, come dicevamo sopra.

Ah, ovviamente è tutta colpa dell’euro, della Merkel, della Trilateral e delle scie chimiche…

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Più suicidi e più uso di anti-depressivi

Continuano a crescere l’uso di antidepressivi in Italia. E aumentano i suicidi. Nel 2015 il consumo registrato per questa tipologia di farmaci è stato pari a 39,60 dosi definite giornaliere per mille abitanti al giorno. Dopo l’aumento costante registrato nel decennio 2001-2010, il volume prescrittivo sembrava aver raggiunto nel 2011-2012 una fase di stabilità (38,50 e 38,60), mentre nel triennio successivo si è registrato un nuovo incremento (39,10 nel 2013, 39,30 nel 2014 e 39,60 nel 2015).

E’ quanto emerge dal Rapporto Osservasalute 2016 sullo stato di salute della popolazione e sull’assistenza sanitaria nelle regioni italiane, pubblicato dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane dell’Università Cattolica di Roma, presentato al Policlinico universitario Agostino Gemelli. Il trend in aumento può essere attribuibile a diversi fattori – si spiega nel report – tra i quali ad esempio l’arricchimento della classe farmacologica di nuovi principi attivi utilizzati anche per il controllo di disturbi psichiatrici non strettamente depressivi (ansia), la riduzione della stigmatizzazione delle problematiche depressive e l’aumento dell’attenzione del medico di medicina generale nei confronti della patologia.

I consumi di antidepressivi più elevati per il 2015 si sono registrati in Toscana (59,6), nella Provincia autonoma di Bolzano (54,3), in Liguria (51,4) e in Umbria (50), mentre sono le regioni del Sud e le Isole, con l’eccezione della Sardegna (44,2), che presentano i valori più bassi: in particolare Basilicata (30,8), Campania (31), Puglia (31,4), Molise e Sicilia (31,5). Ma i suicidi continuano ad aumentare. Nel biennio 2012-2013, il tasso grezzo medio annuo di mortalità per suicidio è stato pari a 8,06 per 100 mila residenti di età maggiore o uguale a 15 anni. Si riscontra un leggero aumento rispetto agli anni precedenti: nel biennio 2010-2011 il tasso medio annuo di mortalità per suicidio è stato pari a 7,32. In termini assoluti, tra i residenti in Italia over 15 anni, nel 2012-2013 si sono tolte la vita 8.310 persone e, tra queste, gli uomini rappresentano il 77,6%.

Il tasso standardizzato di “suicidialità” è pari a 13,48 per 100 mila per gli uomini e a 3,40 per 100 mila per le donne. Per gli uomini il tasso aumenta fino ai 45 anni di età, poi si stabilizza sui 14-15 casi ogni 100 mila abitanti fino ai 65 anni, quando inizia un aumento esponenziale che porta il tasso a raggiungere un massimo di circa 33 casi ogni 100 mila abitanti tra gli ultra 85enni. Per le donne, invece, la mortalità per suicidio cresce lentamente fino ai 65 anni di età, si stabilizza intorno ai 5 casi ogni 100 mila abitanti fino ai 79 anni, dopo di che tende a ridursi lievemente nelle classi di età più anziane. Per entrambi i generi, quindi, la mortalità per suicidio cresce all’aumentare dell’età, ma mentre per le donne raggiunge un plateau nelle età anziane, per gli uomini si registra un aumento esponenziale proprio in coincidenza con l’età al pensionamento.

I valori più elevati di mortalità per suicidio si registrano in Valle d’Aosta e Sardegna. I più bassi in Campania e in Molise. La Valle d’Aosta registra una mortalità per suicidio pari a 3,4 volte quella di Molise e Campania, e la Sardegna pari a 2,5 volte.

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Liquidazione gruppo Artoni, 300 senza lavoro

Accordo con i creditori e liquidazione: è quello che aspetta il gruppo di autotrasporto. La proposta di concordato liquidatorio della società capogruppo è stata depositata il 31 marzo presso la sezione fallimentare del Tribunale di Reggio. La situazione finanziaria e patrimoniale del gruppo Artoni non poteva permettere null’altro si si pensa solo alle perdite per 56 milioni di euro nel bilancio 2015. Un buco che ha determinato la perdita del capitale sociale e un patrimonio netto negativo per 42 milioni.

La proposta di concordato prevede il pagamento integrale dei creditori privilegiati, mentre gli altri sarebbero rimborsati al 20%. I soldi per pagare i creditori arriverebbero essenzialmente dalla vendita del patrimonio immobiliare del gruppo Artoni. Ergo, qualcuno perderà parecchi soldi.

Intanto l’incontro al Ministero del lavoro per la cassa integrazione straordinaria si è concluso con un rinvio al 26 aprile. Restano 300 dipendenti senza lavoro.

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Causa sindacati chiude la Coca Cola a Nogara

Nel paese in cui è la CGIL a decidere l’esistenza o meno dei voucher, è difficile aspettarsi crescita ed investimenti dall’estero, anzi.

Così, per via del comportamento dei sindacati, che fa la Coca-Cola di Nogara, nel Veronese? Chiude i battenti per un po’. Dopo averlo annunciato più volte la settimana scorsa, lo stabilimento della Coca Cola di Nogara chiuderà i battenti. Per eccesso di tensioni sindacali. Provvisoriamente, s’intende. L’azienda che si vanta di «non aver fatto un minuto di cassa integrazione in decenni» ferma la produzione «per motivi di sicurezza», ricorrendo proprio alla Cig. Le macchine, che non si fermano mai nel corso dell’anno, sono state stoppate a partire dalle 22. di martedì. Una scelta fatta «A fronte della difficile situazione che sta perdurando in relazione alle proteste in corso», spiega una nota. Si riferisce al presidio messo in atto nell’ultimo mese da parte di Adl Cobas per contestare l’esubero (con promessa di reintegro) di quattordici addetti alla logistica.

Così il direttore delle risorse umane: “Abbiamo tutto l’interesse a non chiudere ma qua c’è un’oggettiva situazione di pericolo. Non stiamo tranquilli con le persone sul tetto. Abbiamo garantito a tutti il cento per cento dello stipendio: l’azienda aggiunge il venti all’ottanta assicurato dalla Cig. Siamo certi che tutti i dipendenti di Nogara sono con noi”.

Vedremo.

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Indipendenza economica a 50 anni!

Un paese meraviglioso, ti raccontano; che si occupa dei suoi cittadini, narrano; che pensa al futuro dei giovani, blaterano. Sissignori, questa è l’Italia delle fandonie raccontate a nastro. Perché?

Ecco qua cosa emerge da uno studio della Fondazione”Bruno Visentini” presentato alla Luiss: “Se nel 2014 i giovani di vent’anni raggiungevano l’indipendenza economica dopo 10 anni, nel 2010 per realizzarsi impiegheranno 18 anni e nel 2030 addirittura ventotto. In sostanza, nel 2020 diventeranno “grandi” a quasi 40 anni, mentre nel 2030 a cinquanta”. Uno spettacolo.

Se è vero, come è vero, che non esiste libertà politica senza libertà economica, vien da ridere a pensare che uno possa mettere su famiglia, ed avere figli, a 50 anni.

Ma c’è ancora chi crede che saranno il welfare-state e l’interventismo statale (oggi ai suoi massimi come mai in passato) a sistemare le cose. Ah… chi sta peggio dell’Italia? Solo la Grecia!

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1 milione di famiglie non hanno lavoro

Ora, senza vouchers sarà anche peggio, ma tant’è. Nel paese governato da subnormali, che rincorrono i pruriti della Cgil, resta stabilmente sopra quota un milione il numero dellefamiglie senza redditi da lavoro. Lo riferisce l’Istat, precisando che rispetto al 2016 non è cambiato pressoché nulla: si passa da 1 milione 92mila a 1 milione 85mila (-0,7%). Sono 970mila invece le famiglie, con e senza figli, dove la donna risulta occupata a tempo pieno o part time, mentre l’uomo è in cerca di occupazione o inattivo (pensionato o comunque fuori dal mercato del lavoro).

Del milione di famiglie senza redditi da lavoro, oltre la metà (587mila) risiede nel Mezzogiorno. Secondo i dati, inoltre, in 192mila famiglie monogenitoriali è presente solo la madre che è disoccupata: una cifra in aumento del 5% rispetto all’anno precedente.

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Più Iva e meno consumi

Ci sono dei geni al governo. L’aumento dell’Iva inciderà sulla spesa degli italiani e sul Pil. Se il governo decidesse di innalzare le aliquote come da indicazioni europee perderemmo a regime 8,2 miliardi di consumi: si tratta di circa 305 euro di spesa in meno a famiglia. Sul prodotto interno lordo, invece, l’impatto negativo ammonterebbe a -5 miliardi di euro. E’ quanto emerge da una simulazione condotta da Ref Ricerche per conto di Confesercenti. La simulazione si muove dall’ipotesi di un aumento di 3 punti all’aliquota agevolata al 10%, che passerebbe quindi al 13%, e di 1 punto sull’aliquota super-agevolata, che salirebbe dal 4 all’5%, il valore minimo che la Commissione Europea raccomanda ai paesi dell’Unione. Gli effetti sulla crescita della nostra economia sarebbero significativi. In particolare, sulla base delle relazioni storiche si stima un effetto negativo in termini di Pil del -0,3% a regime. Il calo è legato in larga parte all’impatto della misura su inflazione e consumi.

L’effetto atteso sui prezzi, infatti, è di un aumento dello 0,7%. Una stangata che secondo le nostre analisi si trasformerebbe quasi completamente in contrazione di spesa, anche considerando che le due aliquote interessano molti servizi e generi di largo consumo, colpendo anche le fasce più deboli della popolazione. Tra i prodotti interessati dall’incremento di imposizione fiscale ci sarebbero, infatti, beni alimentari di prima necessità (come carne, pesce uova e latte) ma anche servizi di ristorazione e turistici e medicinali per uso umano e veterinario.

L’aumento dell’Iva penalizzerebbe i consumatori italiani anche nel confronto europeo. Dal punto di vista dell’imposizione sui consumi l’Italia si colloca tra le prime posizioni nel panorama internazionale, seconda solo alla Svezia, paese noto per l’elevata pressione fiscale come il resto dei paesi scandinavi. Sommando la tassazione dei consumi nelle forme vigenti oggi, si ottiene per l’Italia un valore dell’11.7 per cento del Pil, in salita dal 10,3 registrato nel 2008. E che si confronta con l’11 per cento della Francia, fino al ben più modesto 9,5 per cento osservato in Spagna. “L’aumento dell’Iva danneggerà i consumi e la crescita, per questo riteniamo che sia da evitare assolutamente”, commenta Massimo Vivoli, Presidente di Confesercenti. “La pressione fiscale sui consumi in Italia è già molto alta, e la ripresa iniziata nel 2015 si è già indebolita lo scorso anno. Alzare ancora il livello di imposizione porterà inevitabilmente ad un’accelerazione dell’inflazione, con conseguente perdita del potere d’acquisto delle famiglie e un’ulteriore riduzione dei consumi.

L’effetto negativo sulla crescita potrebbe portare anche ad un gettito fiscale aggiuntivo minore delle attese, oltre alla chiusura di un numero oscillante tra le 5 e le 10mila imprese del commercio e del turismo. L’ipotesi è di utilizzare queste risorse per soddisfare la richiesta di correzione dei conti da parte della Ue e per tagliare una parte di cuneo fiscale, con particolare riguardo per i giovani. Certo non possiamo criticare misure per l’occupazione giovanile, senz’altro necessarie per il nostro Paese. Ma dopo un decennio di aumenti delle tasse sarebbe più serio, opportuno ed efficace reperire le risorse che servono dalla lotta all’evasione e dalla revisione della spesa pubblica. Anche se la spending review, parola d’ordine di tutte le forze politiche appena un paio d’anni fa, ultimamente sembra essere scomparsa dall’agenda. Mentre andrebbe ripresa, verificando cosa sia stato effettivamente tagliato fino ad ora, al netto del risparmio sulla previdenza”.

Ma per i grandi economisti mainstream, se aumentano i prezzi vuol dire che aumenta l’inflazione e allora vuol dire che tuttovabene.

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Sempre più tasse e più debito pubblico

Non è una novità da qualche anno ormai, ma vale la pena ripeterlo: la pressione fiscale sulle imprese italiane è più alta della media di Ue e Usa. Lo dice lavoro del Centro studi di Unimpresa secondo cui in Italia si registra il livello più alto sia per le imposte sui consumi (Iva), con un’aliquota massima al 22%; sia per le imposte personali sul reddito (Irpef), con un’aliquota massima al 48,9%; sia per le imposte sul reddito delle società (Ires), con un’aliquota massima al 31,4%.

Keynesianamente parlando, in Italia la pressione fiscale è al 43,8% del Pil, in Germania al 39,6%, in Gran Bretagna al 34,8% e negli Stati Uniti al 26,4%. “Le tasse extralarge sono il principale ostacolo alla crescita economica. Avanti con la cancellazione dell’Irap sul costo lavoro”, afferma il vicepresidente di Unimpresa Claudio Pucci. Inoltre secondo l’associazione più tasse e più soldi nelle casse statali che non si sono tradotti, per l’Italia, in un miglioramento dei conti pubblici. E la crescita è sempre e solo un mantra raccontato ad inizio anno e mai verificatosi alla fine.

Negli ultimi 10 anni, insomma, i contribuenti hanno visto crescere enormemente il peso delle tasse senza riscontrare un andamento virtuoso delle finanze pubbliche, anzi, il parassitismo è alimentato in continuazione. Un incremento di balzelli ed entrate a cui non ha fatto seguito un contenimento del debito, schizzato al 132,7% del pil nel 2015 rispetto al 101,9% del 2005.

E il peso del fisco negli altri paesi passati in rassegna? In Germania la pressione fiscale è passata dal 38,4% al 39,6% del pil, il debito pubblico dal 66,9% al 71,2%; nella media dell’area euro il peso delle tasse è passato dal 39,4% al 41,%; il debito degli Stati dal 62,1% all’83,3%; in Gran Bretagna, il fisco è passato dal 35,7% al 34,8% e il “rosso” nei conti dello Stato dal 41,5% all’89,2%; negli Stati Uniti, il prelievo fiscale è rimasto sostanzialmente invariato, dal 26,3% al 26,4% con il debito salito dal 66,9% al 113,6% del pil Usa.

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Milleproroghe e qualche balzello

Come ogni anno, ecco il decreto Milleproroghe, ovvero una specie di sanatoria aumma aumma per la casta e qualche balzello in più per la massa. Con il via libera definitivo della Camera – con 249 voti a favore, 147 contrari e tre astensioni – il Dl diventa legge. Ecco i capitoli salienti.

AMBULANTI: commercianti ambulanti e balneari salvi fino al 31 dicembre 2018. Slitta di due anni l’entrata in vigore della direttiva Bolkenstein, che prevede la messa a gara di tutte le postazioni sul suolo pubblico.

ANAS: Stop alla spending review e ai limiti assunzionali per l’Anas. Al gruppo non saranno applicate le norme di contenimento della spesa per incarichi di studio e consulenza e per formazione strettamente riferiti alle attività tecniche di progettazione, monitoraggio e controlli tecnico-economico sugli interventi stradali.

AGENZIA ENTRATE: Vengono prorogati di un anno i due concorsi banditi dall’Agenzia delle entrate, per sanare le posizioni dirigenziali, rimaste vaganti o coperte (con le posizioni organizzative temporanee, pot) dopo la sentenza della corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimi gli 800 dirigenti nominati senza aver superato un regolare concorso.

AFFITTI: Non sarà più obbligatorio, per i proprietari di case in affitto, registrare il contratto di locazione nel 730 per avere diritto alla cedolare secca. Viene abrogata la norma in vigore, che subordinava la facoltà di usufruire dell’abbattimento in misura pari al 30% del reddito imponibile, derivante da contratti di affitto a canone concordato, all’indicazione da parte del locatore nella dichiarazione dei redditi degli estremi di registrazione del contratto di locazione.

COMUNICAZIONE: per un altro anno, fino al 31 dicembre 2017, i soggetti esercenti l’attività televisiva in ambito nazionale non possono acquisire partecipazioni in imprese editrici di giornali quotidiani o partecipare alla costituzione di nuove imprese editrici di giornali quotidiani.

DIFESA: il regime transitorio del Codice dell’ordinamento militare per l’avanzamento degli ufficiali dell’Arma dei Carabinieri sarà valido ancora per tutto il 2017. Il trattamento economico accessorio previsto per il 2016 viene confermato anche per quest’anno. Diverse norme si occupano invece di coordinare la fase di transito del corpo forestale nell’arma dei carabinieri.

EDITORIA: diverse misure interessano il settore dell’editoria, tra cui la proroga di sei mesi, fino al 30 giugno 2017, della durata del Consiglio nazionale e dei consigli regionali degli ordini dei giornalisti attualmente in carica. Slitta anche l’applicazione del nuovo sistema di erogazione dei contributi pubblici e viene confermata l’applicazione delle tariffe postali agevolate per alcuni prodotti editoriali.

FARMACEUTICA: slitta al 31 dicembre 2017 il termine entro cui deve essere adottata una revisione del ‘sistema di governo’ del settore farmaceutico e della relativa remunerazione della filiera distributiva. Viene invece differito al 31 gennaio 2018 il termine di decorrenza del divieto di svolgimento di procedure sugli animali per alcuni tipio di ricerche.

FISCO: I contribuenti avranno 15 giorni in più per trasmettere le dichiarazioni Ires e Irap. Il nuovo termine è quello del 16 ottobre.

FLIXBUS: Slitta al 31 gennaio 2018 il termine per l’emanazione del decreto ministeriale che dovrà far partire il piano nazionale per la mobilità sostenibile. Nel frattempo le autorizzazioni per il trasporto interregionale via autobus potrà essere concesso solo agli operatori del settore e non alle piattaforme digitali, come il servizio Flixbus.

FMI: Viene confermata, attraverso una proroga, la garanzia dello Stato sul prestito di 23 miliardi che la Banca d’Italia erogherà al Fondo monetario internazionale.

FONDAZIONI LIRICO SINFONICHE: Aumentano le risorse per le fondazioni lirico sinfoniche. Dodici milioni in più che andranno a sostegno degli spettacoli dal vivo. Una quota, non superiore a 4 milioni, dovrà essere destinata ad Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria interessati dagli eventi sismici dello scorso anno.

ILVA: cambiano le regole sulla procedura di trasferimento dei complessi aziendali del gruppo Ilva, in particolare le regole di presentazione delle offerte vincolanti definitive e di modifica del Piano ambientale, che slittano al 30 settembre 2017. Il termine è attualmente fissato al 30 giugno e viene spostato di tre mesi ovvero alla data di entrata in vigore del dpcm di approvazione delle modifiche del Piano, se sarà anteriore al 30 settembre. Resta, inoltre, l’ulteriore prorogabilità di 18 mesi.

ISTRUZIONE: diverse sono le misure che interessano il capitolo dell’istruzione, a partire dalla proroga fino al 31 dicembre 2017 dei contratti per i ricercatori a tempo determinato delle università. Non potevano mancare, poi, le norme che interessano i lavoratori socialmente utili che lavorano delle strutture scolastiche in Sicilia. Slitta inoltre l’adeguamento alle norme antincendio per gli edifici adibiti a scuole, mentre viene postato alla fine dell’anno il termine entro cui ui gli enti locali devono effettuare i pagamenti dei lavori per la sicurezza degli edifici scolastici.

INTERNI: proroga al 31 dicembre 2017 il termine a partire dal quale la promozione a dirigente superiore della polizia di Stato sia subordinata alla frequenza con profitto a un corso di aggiornamento. Posticipata di un anno anche la possibilità per il prefetto di interviene, con poteri sostitutivi per l’approvazione del bilancio di previsione degli enti locali. Stesso termine viene fissato per la validità delle procedure per la copertura dei posti di capo reparto e capo squadra dei vigili del fuoco. Slitta invece al 31 gennaio 2018 il termine entro cui il presidente del Consiglio può richiedere e dare il via libera all’autorizzazione di colloqui personali con detenuti e internati per acquisire informazioni per prevenire delitti con finalità terroristica di matrice internazionale.

LOTTERIA SCONTRINI: Bisognerà aspettare nove mesi in più per poter vincere alla lotteria con gli scontrini. Slitta dall’attuale termine del primo marzo al primo novembre l’avvio della sperimentazione per i pagamenti effettuati con bancomat e carte di credito. Per i pagamenti in contanti non cambia nulla: la riffa partirà il primo gennaio 2018.

NORME ANTINCENDIO: Slitta di un anno, al 31 dicembre 2017, l’obbligo di adeguare le strutture di asili nido e alberghi alle disposizioni antincendio. Lo spostamento del termine per l’adeguamento riguarda, in particolare, le strutture recettive con più di 25 posti letto ed i locali adibiti ad asili nido con più di 30 posti.

PENSIONI: i pensionati non dovranno restituire le somme percepite in più nel 2015, almeno fino al 2018. Slitta quindi di un altro anno il conguaglio, che sarebbe dovuto scattare nel 2017, da applicare agli assegni che due anni fa, per colpa dell’inflazione che è cresciuta meno rispetto a quanto previsto, sono stati rivalutati in modo troppo generoso.

RFI: proroga fino al 30 settembre di quest’anno del contratto di programma 2012-2014 tra lo Stato e Rfi. La misura ha l’obiettivo di garantire continuità ai programmi di manutenzione dell’infrastruttura ferroviaria nazionale, in attesa che venga approvato il nuovo contratto di programma-parte Servizi 2016-2021.

SANATORIA PARTITI POLITICI: i partiti politici sono salvi. Non dovranno pagare le multe per la mancata presentazione dei rendiconti. Slitta al 31 dicembre 2017 il termine per la trasmissione dei documenti relativi agli anni 2013, 2014 e 2015. La normativa introdotta nel 2012 stabiliva che, entro il 15 giugno di ogni anno, i rendiconti dovevano essere trasmessi all’apposita commissione. Per chi non rispettava il termine era prevista una sanzione amministrativa pecuniaria di 200.000 euro. Il termine del 15 giugno di ogni anno viene complessivamente spostato alla fine del 2017 e, di conseguenza, non dovranno essere pagate le sanzioni.

STATALI: prorogata di un anno, fino al 31 dicembre 2017, l’efficacia di diverse misure che interessano i dipendenti della pubblica amministrazione, tra cui la polizia penitenziaria, l’Agenzia entrate, il comparto sicurezza-difesa insieme e il personale sanitario.

SPESOMETRO: via libera al nuovo spesometro, con l’invio delle fatture Iva semestrali. Per il primo anno di applicazione l’invio semestrale delle fatture emesse e ricevute. Il primo invio viene spostato dal 25 luglio al 16 settembre, mentre il secondo dovrà essere effettuato entro il mese di febbraio.

TASSA SBARCO: arriva la tassa di sbarco per le isole minori, che non potrà superare i 2,5 euro.

TAXI: slitta di un anno l’entrata in vigore delle norme per contrastare il servizio abusivo di taxi e di noleggio con conducente. La sospensione delle norme in materia di trasporto di persone mediante autoservizi non di linea sarà operativa fino alla data del 31 dicembre 2017.

ZONE SISMICHE: dopo un quarto di secolo è vengono ancora prorogate le misure che riguardano il terremoto in Irpinia. Resta ancora per un anno il commissario per la ricostruzione delle zone colpite dagli eventi sismici del 1980-1981. La misura fa parte di un pacchetto messo in campo a sostegno nelle zone colpite da eventi sismici, che comprende il terremoto in Abruzzo del 2009, in Emilia Romagna nel 2012 e gli ultimi in Umbria e Marche.

(Fonte: Agenzia ADNKronos)

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Metalmeccanica a picco in Lombardia

E’ storicamente un fiore all’occhiello della manifattura lombarda, ha permesso di creare ricchezza dal dopoguerra ad oggi. Ora, però, la crisi che ha colpito duro e l’Italia stanno lentamente distruggendo il comparti metalmeccanico.

Il settore metalmeccanico, infatti, è quello che ha risentito di più in tempi di crisi: 20mila esuberi in Lombardia negli ultimi tre anni, cifra alla quale si è arrivati con i quasi 5mila tagli (4827) registrati nel 2016 Tra i territori più colpiti nel 2016, secondo i dati resi noti dalla Fiom lombarda c’è sicuramente Milano con 1374 richieste di messa in mobilità nei dodici mesi dell’anno scorso, ma è andata male anche a Varese (696), Lecco (654), Bergamo (591), Brescia (467), Monza Brianza (411), Como (247), Pavia (171). Fanalino di coda Sondrio. Sommando i dati del triennio 2014-2016 Monza conta 2378 richieste di messa in mobilità.

Al di là dei dati recenti il dato fondamentale è che la base produttiva del comparto si è ridotta notevolmente. E l’emorragia dei posti di lavoro non si ferma. Il che è anche peggio!

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Carrefour lascia a casa 500 persone

L’ipermercato in Italia non va e Carrefour chiuderà certametne due punti vendita, a Borgomanero e Trofarello (in forse quello di Pontecagnano) e mette 500 lavoratori in esubero. Ad annunciare i tagli i sindacati con Carrefour Italia che, a sua volta, ha diffuso un comunicato senza precisare il numero degli esuberi e confermando solo le due chiusure, quelle degli ipermercati di Borgomanero e Trofarello in Piemonte, mentre non conferma quella di Pontecagnano in Campania.

Sempre secondo Carrefour Italia, il piano di riorganizzazione coinvolge in Italia 32 punti vendita del formato “Ipermercati” in Italia. Immediata la risposta dei sindacati con l’annuncio della mobilitazione per il 27 e 28 gennaio. Lo stato di agitazione e l’astensione dal lavoro sarà regolato in modo variabile a seconda del territorio. Da parte sua l’azienda ha chiesto la riapertura del tavolo negoziale.

L’azienda sostiene che la drastica decisione rientra nel piano di ristrutturazione per il 2017 ed “è motivata dal calo di vendite registrato nel formato Ipermercati, generalizzato nel mercato italiano”. “L’azienda è conscia delle ricadute di questo annuncio e dichiara la propria disponibilità a valutare il ricorso a strumenti in grado di minimizzare l’impatto di tale piano sui lavoratori coinvolti, sulle loro famiglie e sulle comunità locali” fa sapere Carrefour Italia.

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Cementir, 260 licenziamenti

Un’altra bella notizia per l’economia italica: i lavoratori della Cementir Sacci sono in assemblea permanente da alcuni giorni. Motivo?

C’è una vertenza con al centro il licenziamento di 260 lavoratori del Gruppo Caltagirone, dipendenti delle società Cementir Italia Spa e Cementir-Sacci Spa. Il Gruppo – terzo colosso italiano del cemento, 11 sedi distribuite su 10 regioni, 729 dipendenti – in questi mesi ha rifiutato di raggiungere un accordo nazionale per salvaguardare i livelli occupazionali ed evitando di sottoscrivere gli accordi territoriali. Laddove si è riusciti a siglare accordi e ricollocare i lavoratori licenziati, “l’azienda li ha applicati, ma secondo i sindacati peggiorando le condizioni di lavoro e contrattuali dei lavoratori”, dice il sindacato.

Come al solito, i sindacati frignano e ora si rivolgono alle istituzioni locali, chiedendo il “massimo impegno per ridurre gli esuberi”. I sindacati si chiedono: “Cosa vuole fare dei suoi stabilimenti? Perché sta esternalizzando tutta una serie di funzioni proprie di un cementificio? Ha forse intenzione di indirizzare il proprio business verso altre produzioni, ad esempio passando dal cemento all’energia elettrica attraverso la riconversione dei cementifici in termovalorizzatori”?  Qualcuno spieghi loro che non c’è più trippa per gatti in Italia, grazie a loro ci sono troppi mantenuti e parassiti in circolazione.

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Anche in trentino più fallimenti

Non è solo un’aosi tranquilla la Provincia autonoma di Trento; anche lì la crisi morde. I dati sono diffusi dall’Ufficio studi e ricerche della Camera di Commercio di Trento, che monitora da anni il numero di imprese dichiarate fallite, in un‘indagine afferma: “Nell’anno appena trascorso le aperture di fallimento e le liquidazioni coatte amministrative delle società cooperative sono risultate complessivamente pari a 145, il valore più elevato registrato in provincia di Trento negli anni recenti”. Ancora: “Le imprese individuali fallite – continua la nota della Camera di Commercio – sono risultate 12 mentre le società 133”.

Dall’analisi territoriale Trento risulta il Comune con il maggior numero di imprese fallite (41), seguito da Rovereto (16) e Arco (8). Quattro fallimenti hanno interessato i Comuni di Pergine Valsugana, Nomi e Mezzolombardo e tre i Comuni di Ala e Riva del Garda. Gli altri Comuni della provincia sono stati interessati dai restanti 62 fallimenti. E per settori si scopre che l’edilizia rappresenta il comparto maggiormente interessato. “Le imprese di costruzione o gli impiantisti, dichiarati falliti nel 2016, sono 46 a cui si aggiungono 18 società immobiliari. Complessivamente, quindi, 64 aziende che rappresentano oltre il 44% del totale delle procedure concorsuali considerate.

Segue il settore manifatturiero con 29 fallimenti e il commercio all’ingrosso e al dettaglio con 20 procedure fallimentari aperte in corso d’anno. Ma anche gli alberghi, i bar e i ristoranti hanno totalizzato complessivamente 10 procedure concorsuali.  Se si prendono in considerazione gli ultimi 15 anni si evidenzia come solo negli ultimi quattro, dal 2013 al 2016, si sia avvicinato o superato il valore dei cento fallimenti all’anno, mentre in precedenza il dato rimaneva ben al di sotto di questa soglia con numeri che oscillavano tra i 30 e i 70 casi.

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Sardegna, aumento tasse Rca auto del 28%

La “Provincia Sud Sardegna” (ma non dovevano essere abolite?, ndr) , infatti, ha deciso unilateralmente l’aumento di diverse imposte: che spaziano tra le Trascrizioni di proprietà dei veicoli, Tasse sui rifiuti, Tasse sull’occupazione di spazi pubblici e anche delle imposte sulle assicurazioni Rcauto. Aumenti con effetto 1 gennaio 2017″. Lo si legge in una nota diffusa da Paolo Bullegas, presidente provinciale e Dirigente Nazionale dell’associazione di categoria degli Agenti di assicurazione.

Ancora: «Per quanto riguarda le assicurazioni, lo scorso 21 novembre sul sito del MEF, Dipartimento delle finanze, è stata pubblicata la delibera n. 45 dell’amministratore straordinario, Giorgio Sanna, della Provincia Sud Sardegna con la quale si rende nota la disposizione di aumento dell’imposta provinciale sulla Rcauto decisa il 27 ottobre – si legge ancora nella nota -. Il vituperato provvedimento che interessa tutti gli automobilisti del Sulcis Iglesiente, aumenta del 28 percento le imposte sulle assicurazioni (dal 12,5% al 16%) ed è legato al D.Lgs. 68/2011, che dà la facoltà alle province a statuto ordinario di variare l’aliquota base (12,5%) in diminuzione o in aumento nella misura non superiore a 3,5 punti percentuali. L’Amministratore straordinario Giorgio Sanna ha optato per l’aumento massimo consentito, ed è così che gli automobilisti della provincia più povera d’Italia si troveranno a far fronte al rincaro più elevato d’Italia per provvedere ad assicurare i propri veicoli».

Il provvedimento andrà ad impattare su un parco circolante nel Sulcis Iglesiente di circa 92.000 veicoli, di cui 73.500 autovetture, 7.500 autocarri, 9.600 motocicli-motocarri e 1.400 altri veicoli. La stima di questo ulteriore balzello è valutata dallo SNA – Sindacato Nazionale Agenti – di circa 1.200.000 euro a carico degli automobilisti Sulcitani. 

Afferma, infine il sindacato nazionale degli agenti assicurativi: «L’amministrazione pubblica, ancora una volta, ha mostrato assoluta indifferenza sulla seria situazione di disaggio economico vissuto nel territorio – commenta sconsolato Paolo Bullegas -. Dalla nostra provincia attendevamo una presa d’atto della situazione e conseguentemente un intervento inverso, ovvero la riduzione delle imposte e non certo di aumento. L’aumento si estenderà pure alle assicurazioni scadute nel 2016, ma rinnovate nel 2017».

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Fonte: Rischio Calcolato | Licenza CC BY 2.5 IT

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